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... Capitolo IV ... Sentirsi grandi/Feeling grown-up

inka070823
3 set
Tempo di lettura: 11 min

Aggiornamento: 23 set

English translation:

I riti di settembre avevano un sapore tutto nuovo. La classica cartella delle elementari era ormai un pezzo da museo; la moda imponeva la cintura per i libri — una cinghia di cuoio da portare a spalla con un'aria da intellettuale consumata — o le borsette di pelle morbida stile anni Settanta scovate alle bancarelle del mercato.

I pomeriggi li passavamo nelle villette dei compagni più abbienti. Mentre i macchinari da cucire dei laboratori domestici ronzavano nei garage sotto casa, le mamme ci portavano vassoi pieni di pane, burro e zucchero o tonnellate di ciambellone. Appena chiusi i libri, il pomeriggio esplodeva: ci perdevamo tra giochi da tavolo, partite a carte, o corse in giardino a Un, due, tre, stella!.

E poi ci fu l'anno del Gioca-Jouer di Claudio Cecchetto. Bastava che qualcuno schiacciasse il tasto play del registratore perché tutto il gruppo si lanciasse in una danza scoordinata. Conoscevamo quella sequenza a memoria: camminare, nuotare, sciare, spruzzare. Più tardi arrivarono i primi lenti sulle note de Il tempo delle mele, le musiche di Paradise e i sospiri collettivi sulle canzoni di Miguel Bosé.

Children and a woman study at a living room table, with books, a record player, and Totoro and Duran Duran posters.
Prima il dovere

In quegli anni c’era una grande attenzione per l'educazione fisica. Tra le lezioni di danza e lo sport scolastico, il mio corpo rispondeva benissimo: ero agile, elastica, praticamente un grillo. Eccellevo nel salto in alto e nella corsa campestre.

Proprio a dodici anni, però, arrivò la mia

Children play cards in a cozy retro living room as a smiling woman serves snacks; Totoro and Duran Duran posters, record player.
Poi la merenda e il gioco
Children dance and clap in a cozy retro living room with record player; Totoro and Duran Duran posters, Mangiadischi 45 rpm visible.
E con il permesso degli ospiti anche la festa con musica e ballo.

prima enorme beffa. Mi ero qualificata al primo posto per rappresentare la scuola ai Giochi della Gioventù nel salto in alto. Ma la mattina della gara mi svegliai e scoprii il mio primo ciclo mestruale.

Un tempismo comico da fare invidia. Fu la mia amica Milena a prendere il mio posto sulla pedana. Ricordo il sole di quella mattina di primavera mentre mi aggiravo per casa come un fantasma in fitta conversazione col proprio destino, chiedendomi perché la natura avesse scelto proprio quel giorno per decretare ufficialmente che fossi diventata una "signorina". Io non volevo essere una signorina: volevo solo mettere le mie scarpette e saltare quell'asta!

Ma la mia vera forza non era lo scatto: era la resistenza. Mi rifeci con gli interessi nella corsa campestre. Quando tornai a gareggiare sul fango e sui sentieri, ci misi dentro tutta la determinazione accumulata. Macinavo chilometri su chilometri mentre gli altri arrancavano con il fiato corto e la lingua a penzoloni. Tagliavo il traguardo quasi senza sudare, con il respiro regolare, lasciando i giudici di gara a bocca aperta. Potevano togliermi un salto, ma nessuno poteva fermare il mio passo.

«Ma come fai? Hai i polmoni di scorta?», mi domandava spesso Milena, piegata in due a cercare di riprendere conoscenza.

A farci compagnia c'era Silvia, un’onda d' urto inarrestabile. Un vero maschiaccio con una nuvola di riccioli cortissimi e gambe lunghe da velocista. Silvia era pura esplosione e generosità ostinata. I suoi genitori lavoravano nei mercati ed era cresciuta in fretta, con responsabilità enormi sulle spalle, ma conservava un entusiasmo travolgente. Eravamo tre modi completamente diversi di correre e di stare al mondo, ma ci incastravamo alla perfezione. Eravamo diventate inseparabili.

In quel nido protetto, il resto del tempo lo passavamo a perlustrare il territorio misterioso dei ragazzi. Tra i banchi c’era ancora lui: il bambino dalle guance rosa delle elementari, con il suo solito sorriso aperto. Eppure, nei nostri conciliaboli segreti, il nome che sospiravo a Milena e Silvia era un altro: Giacomo.


N.B.I riti di settembre avevano un sapore tutto nuovo. La classica cartella delle elementari era ormai un pezzo da museo; la moda imponeva la cintura per i libri — una cinghia di cuoio da portare a spalla con un'aria da intellettuale consumata — o le borsette di pelle morbida stile anni Settanta scovate alle bancarelle del mercato.

I pomeriggi li passavamo nelle villette dei compagni più abbienti. Mentre i macchinari da cucire dei laboratori domestici ronzavano nei garage sotto casa, le mamme ci portavano vassoi pieni di pane, burro e zucchero o tonnellate di ciambellone. Appena chiusi i libri, il pomeriggio esplodeva: ci perdevamo tra giochi da tavolo, partite a carte, o corse in giardino a Un, due, tre, stella!.

E poi ci fu l'anno del Gioca-Jouer di Claudio Cecchetto. Bastava che qualcuno schiacciasse il tasto play del registratore perché tutto il gruppo si lanciasse in una danza scoordinata. Conoscevamo quella sequenza a memoria: camminare, nuotare, sciare, spruzzare. Più tardi arrivarono i primi lenti sulle note de Il tempo delle mele, le musiche di Paradise e i sospiri collettivi sulle canzoni di Miguel Bosé.


In quegli anni c’era una grande attenzione per l'educazione fisica. Tra le lezioni di danza e lo sport scolastico, il mio corpo rispondeva benissimo: ero agile, elastica, praticamente un grillo. Eccellevo nel salto in alto e nella corsa campestre.

Proprio a dodici anni, però, arrivò la mia prima enorme beffa. Mi ero qualificata al primo posto per rappresentare la scuola ai Giochi della Gioventù nel salto in alto. Ma la mattina della gara mi svegliai e scoprii il mio primo ciclo mestruale.

Un tempismo comico da fare invidia. Fu la mia amica Milena a prendere il mio posto sulla pedana. Ricordo il sole di quella mattina di primavera mentre mi aggiravo per casa come un fantasma in fitta conversazione col proprio destino, chiedendomi perché la natura avesse scelto proprio quel giorno per decretare ufficialmente che fossi diventata una "signorina". Io non volevo essere una signorina: volevo solo mettere le mie scarpette e saltare quell'asta!

Ma la mia vera forza non era lo scatto: era la resistenza. Mi rifeci con gli interessi nella corsa campestre. Quando tornai a gareggiare sul fango e sui sentieri, ci misi dentro tutta la determinazione accumulata. Macinavo chilometri su chilometri mentre gli altri arrancavano con il fiato corto e la lingua a penzoloni. Tagliavo il traguardo quasi senza sudare, con il respiro regolare, lasciando i giudici di gara a bocca aperta. Potevano togliermi un salto, ma nessuno poteva fermare il mio passo.

«Ma come fai? Hai i polmoni di scorta?», mi domandava spesso Milena, piegata in due a cercare di riprendere conoscenza.

A farci compagnia c'era Silvia, un’onda d' urto inarrestabile. Un vero maschiaccio con una nuvola di riccioli cortissimi e gambe lunghe da velocista. Silvia era pura esplosione e generosità ostinata. I suoi genitori lavoravano nei mercati ed era cresciuta in fretta, con responsabilità enormi sulle spalle, ma conservava un entusiasmo travolgente. Eravamo tre modi completamente diversi di correre e di stare al mondo, ma ci incastravamo alla perfezione. Eravamo diventate inseparabili.

In quel nido protetto, il resto del tempo lo passavamo a perlustrare il territorio misterioso dei ragazzi. Tra i banchi c’era ancora lui: il bambino dalle guance rosa delle elementari, con il suo solito sorriso aperto. Eppure, nei nostri conciliaboli segreti, il nome che sospiravo a Milena e Silvia era un altro: Giacomo.I riti di settembre avevano un sapore tutto nuovo. La classica cartella delle elementari era ormai un pezzo da museo; la moda imponeva la cintura per i libri — una cinghia di cuoio da portare a spalla con un'aria da intellettuale consumata — o le borsette di pelle morbida stile anni Settanta scovate alle bancarelle del mercato.

I pomeriggi li passavamo nelle villette dei compagni più abbienti. Mentre i macchinari da cucire dei laboratori domestici ronzavano nei garage sotto casa, le mamme ci portavano vassoi pieni di pane, burro e zucchero o tonnellate di ciambellone. Appena chiusi i libri, il pomeriggio esplodeva: ci perdevamo tra giochi da tavolo, partite a carte, o corse in giardino a Un, due, tre, stella!.

E poi ci fu l'anno del Gioca-Jouer di Claudio Cecchetto. Bastava che qualcuno schiacciasse il tasto play del registratore perché tutto il gruppo si lanciasse in una danza scoordinata. Conoscevamo quella sequenza a memoria: camminare, nuotare, sciare, spruzzare. Più tardi arrivarono i primi lenti sulle note de Il tempo delle mele, le musiche di Paradise e i sospiri collettivi sulle canzoni di Miguel Bosé.


In quegli anni c’era una grande attenzione per l'educazione fisica. Tra le lezioni di danza e lo sport scolastico, il mio corpo rispondeva benissimo: ero agile, elastica, praticamente un grillo. Eccellevo nel salto in alto e nella corsa campestre.

Proprio a dodici anni, però, arrivò la mia prima enorme beffa. Mi ero qualificata al primo posto per rappresentare la scuola ai Giochi della Gioventù nel salto in alto. Ma la mattina della gara mi svegliai e scoprii il mio primo ciclo mestruale.

Un tempismo comico da fare invidia. Fu la mia amica Milena a prendere il mio posto sulla pedana. Ricordo il sole di quella mattina di primavera mentre mi aggiravo per casa come un fantasma in fitta conversazione col proprio destino, chiedendomi perché la natura avesse scelto proprio quel giorno per decretare ufficialmente che fossi diventata una "signorina". Io non volevo essere una signorina: volevo solo mettere le mie scarpette e saltare quell'asta!

Ma la mia vera forza non era lo scatto: era la resistenza. Mi rifeci con gli interessi nella corsa campestre. Quando tornai a gareggiare sul fango e sui sentieri, ci misi dentro tutta la determinazione accumulata. Macinavo chilometri su chilometri mentre gli altri arrancavano con il fiato corto e la lingua a penzoloni. Tagliavo il traguardo quasi senza sudare, con il respiro regolare, lasciando i giudici di gara a bocca aperta. Potevano togliermi un salto, ma nessuno poteva fermare il mio passo.

«Ma come fai? Hai i polmoni di scorta?», mi domandava spesso Milena, piegata in due a cercare di riprendere conoscenza.

A farci compagnia c'era Silvia, un’onda d' urto inarrestabile. Un vero maschiaccio con una nuvola di riccioli cortissimi e gambe lunghe da velocista. Silvia era pura esplosione e generosità ostinata. I suoi genitori lavoravano nei mercati ed era cresciuta in fretta, con responsabilità enormi sulle spalle, ma conservava un entusiasmo travolgente. Eravamo tre modi completamente diversi di correre e di stare al mondo, ma ci incastravamo alla perfezione. Eravamo diventate inseparabili.

In quel nido protetto, il resto del tempo lo passavamo a perlustrare il territorio misterioso dei ragazzi. Tra i banchi c’era ancora lui: il bambino dalle guance rosa delle elementari, con il suo solito sorriso aperto. Eppure, nei nostri conciliaboli segreti, il nome che sospiravo a Milena e Silvia era un altro: Giacomo.

Girl runner 33 sprints to finish at youth games track meet, with cheering crowd, judges, and swan trophy under GIOCHI DELLA GIOVENTÙ

Il pulmino partiva presto, quando l’aria del mattino era ancora frizzante e le finestre della scuola erano scure. A bordo, il brusio era un misto di agitazione e rivalità mal celata: tute sintetiche dai colori improbabili, scarpette da ginnastica consumate sull'asfalto del cortile e l'immancabile spilla d'ordinanza appuntata sul petto come un grado militare.

Per noi ragazzi degli anni '80, i Giochi della Gioventù non erano semplicemente una manifestazione sportiva: erano la conquista della libertà. Volevano dire un martedì o un giovedì mattina senza interrogazioni di matematica o versioni di latino, sdoganati con tanto di giustificazione firmata e certificato medico piegato in quattro nella tasca.

Arrivati allo stadio comunale o al campo di atletica di provincia, lo scenario era maestoso. La pista di terra rossa o di primordiale tartan sembrava il palcoscenico delle Olimpiadi. Sugli spalti, le grida delle classi in trasferta facevano da colonna sonora, tra striscioni improvvisati su fogli di quaderno e il profumo di focaccia e panini avvolti nell'alluminio che spuntavano dagli zaini Invicta.

C’era chi si preparava per i 60 metri piani, ripassando mentalmente la partenza dai blocchi mentre il giudice di gara impugnava la pistola a piombini; chi si concentrava davanti all'asticella del salto in alto, tentando di imitare goffamente il salto Fosbury visto in TV; e chi, nei 1000 metri, faceva il calcolo delle energie sperando solo di non crollare all'ultimo giro sotto gli occhi della ragazza o del ragazzo del Cuore.

Poco importava che si tornasse a casa con una medaglia d'oro di metallo leggero o semplicemente con la maglietta in cotone dell'evento impressa di sudore e fatica. La vera vittoria era la sensazione di aver fatto parte di un rito collettivo, un'unica grande festa di sport e giovinezza che avrebbe riempito i racconti nei corridoi della scuola per le settimane a venire.

Translation

September’s rituals had a whole new flavor. The classic primary school backpack was now a museum piece; fashion demanded a book strap—a leather belt slung over the shoulder with the air of a seasoned intellectual—or soft leather 1970s-style purses hunted down at market stalls. We spent our afternoons at the villas of our wealthier classmates. While sewing machines buzzed in the home workshops set up in the garages below, mothers brought us trays loaded with bread, butter, and sugar, or tons of homemade sponge cake. The moment the books were closed, the afternoon exploded: we lost ourselves in board games, card games, or running around the garden playing Red Light, Green Light!. And then came the year of Claudio Cecchetto’s Gioca-Jouer. All it took was for someone to press play on the cassette recorder for the whole group to launch into an uncoordinated dance. We knew that sequence by heart: walk, swim, ski, spray. Later came the first slow dances to the notes of Reality from La Boum, the music of Paradise, and collective sighs over the songs of Miguel Bosé.   

In those years, physical education was taken very seriously. Between dance lessons and school sports, my body responded beautifully: I was nimble, flexible, practically a cricket. I excelled at the high jump and cross-country running. Right when I turned twelve, though, came my first massive cruel joke. I had qualified in first place to represent the school at the Youth Games in the high jump. But on the morning of the competition, I woke up to discover my very first period. A comedy of timing worthy of envy. It was my friend Milena who took my place on the runway. I remember the sunshine of that spring morning as I wandered around the house like a ghost in deep conversation with my own destiny, wondering why nature had chosen that exact day to officially decree that I had become a 'young lady.' I didn't want to be a young lady: I just wanted to put on my sneakers and clear that bar! My real strength wasn't speed, though: it was endurance. I got my revenge with interest in cross-country running. When I returned to compete in the mud and on the trails, I poured all my accumulated determination into it. I ground out mile after mile while the others trudged along winded, tongues hanging out. I crossed the finish line barely breaking a sweat, my breathing steady, leaving the judges open-mouthed. They could take away a jump, but nobody could stop my stride. “How do you even do it? Do you have spare lungs?” Milena would often ask, bent double trying to catch her breath. Keeping us company was Silvia, an unstoppable force of nature. A true tomboy with a cloud of ultra-short curls and long sprinter's legs. Silvia was pure explosion and stubborn generosity. Her parents worked at the street markets, so she had grown up fast with enormous responsibilities on her shoulders, yet she retained an overwhelming enthusiasm. We were three completely different ways of running and being in the world, but we fit together perfectly. We had become inseparable. In that sheltered nest, we spent the rest of our time scouting the mysterious territory of boys. Among the desks, he was still there: the pink-cheeked boy from elementary school with his usual open smile. And yet, in our secret huddles, the name I whispered to Milena and Silvia was someone else's: Giacomo.   

The minibus set off early, when the morning air was still crisp and the school windows were dark. On board, the chatter was a mix of excitement and poorly hidden rivalry: synthetic tracksuits in wild colors, worn-out sneakers from the asphalt court, and the inevitable official badge pinned to the chest like a military rank. For us kids in the 1980s, the Youth Games weren't just a sporting event: they were the conquest of freedom. They meant a Tuesday or Thursday morning free of math tests or Latin translations, officially excused with a signed note and a medical certificate folded in four in our pockets. When we arrived at the municipal stadium or the provincial track, the scene was majestic. The red clay or primitive tartan track looked like the stage of the Olympics. In the stands, the chants of visiting classes provided the soundtrack, amidst makeshift banners on notebook paper and the aroma of focaccia and aluminum-wrapped sandwiches peeking out of Invicta backpacks. There were those getting ready for the 60-meter dash, mentally reviewing their start from the blocks while the judge gripped the starter pistol; those focusing in front of the high jump bar, awkwardly trying to imitate the Fosbury Flop seen on TV; and those in the 1000 meters, pacing themselves and hoping not to collapse on the final lap right under the eyes of their crush. It mattered little whether you went home with a lightweight gold medal or simply a cotton event t-shirt soaked in sweat and hard work. The true victory was the feeling of having been part of a collective ritual—one big celebration of sports and youth that would fill the stories in the school hallways for weeks to come.   


 
 
 

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