... Capitolo IV ... Il pollo spennato /"The plucked chicken"
Aggiornamento: 6 ott
English translation:
Giacomo era più grande, e io me ne ero invaghita perdutamente. Sognavo sguardi romantici da film, ma la realtà era che ogni volta che lui si avvicinava anche solo a tre metri di distanza, il mio sistema cardiocircolatorio andava in tilt: diventavo rossa come un semaforo, il cuore batteva fin dentro le orecchie e la lingua mi si paralizzava completamente. Altro che fascino misterioso: sembravo uno stoccafisso fulminato.
Eravamo ormai nel pieno degli anni Ottanta e l’aria che si respirava sembrava stesse cambiando pelle, caricandosi di un’energia elettrica. L’Italia si stava risvegliando in un inaspettato boom economico e gli anni di piombo, con il loro carico di telegiornali drammatici, sembravano ormai un ricordo lontano.
Non si respirava più la tensione di un tempo. Al suo posto era subentrata una leggerezza inebriante, una fretta collettiva di dimenticare il buio e di correre verso il benessere. Il Paese aveva cambiato rotta, concentrandosi interamente sull'affermazione del sé, l'ostentazione del lusso e la cultura dell'apparenza.
Milano era diventata la capitale della moda, mentre le televisioni commerciali con i loro spot patinati entravano prepotentemente nelle case. Le fotomodelle dettavano legge dalle copertine, anche se in quel particolare momento gli stilisti riuscivano ancora a valorizzare un fisico con le curve, senza pretendere di trasformare le donne in manichini a stecco. Insomma, l'abito era ancora al servizio del corpo, e non viceversa.
L'immaginario giovanile si era diviso in tribù ben distinte: i paninari, vistosi e chiassosi, con i loro piumini Moncler colorati, le scarpe Timberland e l'ossessione per il consumismo; i dark e i punk, anime notturne con vestiti neri, creste gelificate e sguardi di perenne sofferenza esistenziale; e gli inestinguibili metallari, un misto di borchie, giubbotti di pelle e chitarre distorte.
Ma se c'era qualcosa capace di mettere d'accordo tutti, era la Nazionale di calcio. Nel 1982 vincemmo i Mondiali di Spagna con una squadra grandiosa, scatenando un carnevale patriottico che paralizzò il Paese.
Io, in quel giorno memorabile di luglio, mi trovavo al mare con i nonni. In quella spiaggia, la mia famiglia si componeva a pezzetti provvisori: mio padre, ancora incastrato tra le cambiali, restava in paese a lavorare e ci raggiungeva soltanto per il fine settimana, portando con sé sul bagnasciuga tutta la stanchezza dei campi. Mia madre ci raggiunse solo dopo, mentre mio fratello era in colonia estiva a fare danni insieme ai cugini.
Una mattina stavo giocando nell'acqua — rigorosamente dopo aver rispettato le tre ore canoniche di digestione imposte con terrore militare da mia nonna — e il mio canotto fu trascinato al largo. Nel tentativo di riportarlo a riva, presa dal panico, mi ribaltai e cominciai a bere acqua salata. Non riuscivo a respirare, vedevo le bolle ed ero convinta che la mia carriera sul pianeta Terra finisse lì. Quando ormai vedevo l'apocalisse, sentii una spinta verso l'alto. Elisa, come una piovra salvatrice, mi afferrò e mi riportò a galla.
Elisa era mia cugina, la figlia maggiore dello zio sindaco e di zia Maria. Per me era praticamente una divinità: sapeva nuotare come un delfino, giocava a tennis, era una studentessa impeccabile e aveva un gusto per la moda da far invidia. In quel momento, mentre sputavo acqua di mare, la guardavo con immensa gratitudine ma anche invidiandole segretamente quella sua sfacciata e incrollabile sicurezza.
Quando mia madre ci raggiunse al mare, l'atmosfera si frantumò, ma non per il mio quasi-annegamento. La tragedia fu scatenata da un'iniziativa a dir poco avventata di zia Clara. La zia, a cui ero stata affidata, si era stancata subito di dovermi pettinare la criniera prima di scendere in spiaggia; così, per fare prima, mi aveva portata da un barbiere da uomo del posto facendomi scalare i capelli.
Con quel taglio selvaggio, io in realtà avevo scoperto di avere una chioma riccia e voluminosa fantastica. Mia madre, però, la prese come un'offesa personale. Non appena rimettemmo piede a Campoverde, chiamò d'urgenza mio cugino Guido — il figlio della compianta zia Marta — che nel frattempo era diventato un parrucchiere professionista, sperando che le sue mani potessero compiere un miracolo.
Guido mi fece sedere, girò intorno alla mia testa con l'aria di un medico legale e emise la sua sentenza spietata: «Qui non c'è niente da salvare, sembra che ti abbia tosato un tosatore di pecora ubriaco». L'unica soluzione era resettare tutto.
Non prese il rasoio solo per pietà, ma il risultato fu identico. Sotto gli incitamenti di mia madre, continuò a sforbiciare.
Davanti allo specchio mi ritrovai praticamente pelata. Mi sentivo ridicola, svestita, ferita nella mia nascente femminilità. In tutto quel dramma familiare di urla e recriminazioni, l'unica ad essere stata sfoltita a zero ero io.
Mia mamma decretò: «Era l'unica cosa da fare!». E io mi sentivo un pollo spennato.
Per di più qualche anno prima mio fratello ed io giocavamo a biglie nell'ingresso di casa. Mentre ridevo a crepapelle , una di queste finì sui miei denti davanti scheggiando un incisivo. Ora ero anche spennata. Tutto era contro di me, da bambina tanto carina stavo diventando un disastro. Mi sentivo tutta sbagliata, molto lontana dalla perfezione. Con le gambe storte , come diceva mia mamma quando voleva convincermi ad andare a danza. Dobbiamo raddrizzarle. Pure!? Pensavo io. Ci sarà una cosa giusta anche in me ?

Mia mamma non sopportava che zia Carla avesse preso una tale iniziativa senza il suo permesso. Forse aveva ragione, ma mentre litigavano non pensarono nemmeno per un attimo a come potessi sentirmi io, tantomeno a cosa volessi . Non era importante per loro la mia opinione. Dovevo tacere e sopportare le conseguenze dei loro conflitti.

Eccola! La conseguenza dei loro conflitti.
Adesso con Giacomo sentivo di non avere più speranza.
Translation
Giacomo was older, and I had fallen head over heels for him. I dreamed of romantic movie glances, but the reality was that whenever he came within even ten feet of me, my cardiovascular system went haywire: I turned red as a stoplight, my heart hammered inside my ears, and my tongue froze completely. Mysterious charm? Far from it—I looked like a shocked stockfish. We were now in the thick of the 1980s, and the very air felt like it was shedding its skin, charging with electric energy. Italy was waking up to an unexpected economic boom, and the Years of Lead, with their heavy load of dramatic television news, seemed like a distant memory. The tension of the past was no longer in the air. In its place came an intoxicating lightness—a collective rush to forget the dark times and race toward prosperity. The country had changed course, throwing itself entirely into self-affirmation, ostentatious luxury, and a culture of appearances. Milan had become the fashion capital, while commercial television with its glossy commercials burst aggressively into our homes. Fashion models ruled from magazine covers, though at that particular moment designers still managed to celebrate a curvy silhouette without demanding women turn into stick figures. In short, clothes were still at the service of the body, not the other way around. Youth culture had fractured into distinct subcultures: the paninari, loud and flashy in their colorful Moncler jackets, Timberland shoes, and consumerist obsession; the darks and punks, night creatures with black clothes, gelled mohawks, and looks of perpetual existential suffering; and the indestructible metalheads, a mix of studs, leather jackets, and distorted guitars. If there was one thing capable of uniting everyone, it was the national football team. In 1982, we won the World Cup in Spain with a magnificent squad, unleashing a patriotic carnival that paralyzed the country. On that memorable July day, I was at the beach with my grandparents. On that shore, my family assembled in temporary pieces: my father, still trapped under promissory notes, stayed behind in the village to work, joining us only for the weekend and bringing all the fatigue of the fields onto the water's edge. My mother joined us later, while my brother was at summer camp causing trouble with our cousins. One morning I was playing in the water—strictly after observing the canonical three hours for digestion enforced with military terror by my grandmother—and my inflatable dinghy got swept out to sea. Panic-stricken while trying to pull it back to shore, I flipped over and started swallowing saltwater. I couldn't breathe, I saw bubbles, and I was convinced my career on Planet Earth was ending right then and there. Just when I was staring apocalypse in the face, I felt a push upward. Elisa, like a saving octopus, grabbed me and brought me back to the surface. Elisa was my cousin, the eldest daughter of Uncle Mayor and Aunt Maria. To me, she was practically a deity: she swam like a dolphin, played tennis, was a flawless student, and had a sense of style to die for. In that moment, while spitting out seawater, I looked at her with immense gratitude, but also secretly envying her brazen, unshakeable confidence. When my mother joined us at the beach, the atmosphere shattered—though not because of my near-drowning. The tragedy was triggered by a reckless stunt on the part of Aunt Clara. Aunt Clara, whom I had been entrusted to, had quickly grown tired of combing my mane before heading to the beach; so, to speed things up, she had taken me to a local men's barber to layer my hair. With that wild haircut, I had actually discovered I had a fantastic head of voluminous, curly hair. My mother, however, took it as a personal insult. As soon as we set foot back in Campoverde, she urgently summoned my cousin Guido—the son of late Aunt Marta—who in the meantime had become a professional hairdresser, hoping his hands could work a miracle. Guido sat me down, circled my head with the air of a coroner, and delivered his ruthless verdict: “There's nothing left to save here. It looks like a drunk sheep shearer sheared you.” The only solution was to reset everything. He didn't take a razor out of mercy alone, but the result was identical. Spurred on by my mother, he kept snipping away. In front of the mirror, I found myself practically bald. I felt ridiculous, stripped bare, wounded in my blossoming femininity. In all that family drama of screaming and recriminations, the only one who had been trimmed down to nothing was me. My mother decreed: “It was the only thing to do!” And I felt like a plucked chicken. To top it off, a few years earlier my brother and I were playing marbles in the front hallway. While I was laughing hysterically, one of the marbles hit my front teeth, chipping an incisor. Now I was plucked and chipped. Everything was working against me: from such a cute little girl, I was turning into a total disaster. I felt completely wrong, a million miles from perfection. With bow legs, as my mother liked to say when she wanted to convince me to take dance lessons. “We need to straighten them out.” As if I didn't have enough! I thought. Will there ever be anything right about me?



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